ASPETTI PENALI RIGUARDANTI “MASTERS AND STOWAWAY”
3rd Captain’s Day ITALIANYACHTMASTERS
15 October 2015 – Loano
Promo
 Antonello V. Meloni 
   a.meloni@fld-law.com

La drammatica situazione d’instabilità politica del nord Africa ha reso ancora più intenso, negli ultimi anni, il fenomeno migratorio verso l’Europa centro settentrionale.

Il Mediterraneo e nello specifico le acque adiacenti le coste italiane e greche sono state luogo di un grande flusso migratorio proveniente dal Nord Africa e dal Medio Oriente.

In conseguenza di questa situazione di emergenza umanitaria, il comandante di Yachts si potrebbe quindi trovare di fronte ad un nuovo scenario giuridico, ovvero l’incontro in mare con delle unità in difficoltà che trasportano migranti.

Tale incontro potrebbe avere, sulla carta, delle conseguenze marittime e penali.

Peraltro, a causa dei sempre più diffusi casi in cui l’ondata migratoria viene esercitata illegalmente a bordo di Yachts (come i casi verificatisi in Sicilia quest’estate), le unità potrebbero inoltre essere oggetto di nuove tipologie di controlli .

Attualmente in Italia la norma di riferimento in materia di immigrazione è la legge Bossi-Fini e il “pacchetto sicurezza” del 24 luglio 2009, che ha introdotto il reato di clandestinità. A seguito dell’attuale situazione di emergenza a più riprese è stata prevista un’abolizione di tale reato, ma – allo stato attuale – il reato di clandestinità non è ancora stato abolito.

Secondo alcuni critici, le due leggi renderebbero possibile perseguire chiunque in mare presti soccorso a dei clandestini naufraghi.

Tale teoria si basa sulle conseguenze legali occorse durante un fatto accaduto nell’agosto del 2013, dove sette pescatori sono stati arrestati dalla polizia a Lampedusa per aver soccorso e salvato 44 migranti alla deriva nel Canale di Sicilia in burrasca a 40 miglia a Sud di Lampedusa. I sette marittimi tunisini sono stati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è previsto dall’art. 12, comma primo del Testo Unico sull’immigrazione: “chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”; al secondo comma però si prevede che “Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”.

Ne deduciamo pertanto che le attività di soccorso e assistenza umanitaria di stranieri in difficoltà che sono già presenti nel territorio italiano non costituiscono reato. Si tratta esattamente di quello che è accaduto nel caso di Lampedusa, dove al momento dell’affondamento la nave si trovava nelle acque territoriali italiane e i migranti a bordo, erano stranieri in difficoltà “comunque presenti nel territorio italiano”.

Ci si chiede cosa accada invece per i casi in cui si sia fuori dalle acque territoriali italiane.

Le norme di riferimento sono i trattati internazionali sottoscritti dall’Italia (convenzioni SOLAS e IMO), che obbligano, com’è noto, a prestare soccorso a chiunque si trovi in difficoltà mare, anche oltre il limite delle acque territoriali, ma in zona di competenza di un particolare stato, “indipendentemente dalla sua nazionalità” e di condurlo in un “luogo sicuro”. Nelle modifiche ai trattati approvate successivamente vengono specificati alcuni termini: “Luogo sicuro”, ad esempio, non può essere considerata la nave nella quale vengono caricate le persone in difficoltà, che invece è definito un luogo puramente “provvisorio”. Sempre gli stessi emendamenti specificano anche che nessuna organizzazione o persona può influenzare il giudizio del capitano che ha portato il soccorso su quale sia il “luogo sicuro” più adatto in cui portare i naufraghi. In altre parole, un capitano che ritenesse che il luogo sicuro più adatto dove portare dei naufraghi fosse il porto di Lampedusa, non può essere influenzato o bloccato in questa sua decisione.

Inoltre il codice della navigazione italiano prevede all’art. 490 un obbligo a carico del comandante di salvataggio delle persone che si trovano a bordo di nave incapace di manovrare e di tentare il salvataggio delle persone che si trovano in mare.

Ciò premesso, ci si chiede allora perché i marittimi tunisini siano stati arrestati con l’accusa di favoreggiamento.

E’ stato un caso molto particolare: è emerso infatti che le stive dei pescherecci erano vuote e non c’era nemmeno odore di pesce. Si sospettò quindi che i due capitani avessero soltanto finto di salvare i migranti. Il tribunale di Agrigento li assolse, però, da quest’accusa, ma li condannò per “resistenza a pubblico ufficiale” e “aggressione di nave da guerra”, ma poi la corte d’appello assolse i due pescatori anche da queste accuse, sostenendo che vi fosse uno “stato di necessità” (articolo 54 del codice penale italiano) e che quindi, in base anche ai trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, i due capitani non potessero essere perseguiti.

Nonostante l’assoluzione i due capitani tunisini subirono molti danni a causa del processo – furono tenuti in custodia cautelare per quasi 40 giorni e le loro imbarcazioni vennero sequestrate. Non è chiaro se i due pescatori abbiano ottenuto un risarcimento.

E’ questo il vero motivo per cui qualcuno ancora oggi ritiene che davanti ad un barcone in difficoltà sia preferibile non prestare assistenza per evitare di finire negli ingranaggi della giustizia italiana.

In altre parole quello che è accaduto si configura come un caso di errore giudiziario e di danni ingiustamente subiti dai pescatori tunisini e non di precedente che conferma che possa essere perseguito chiunque in mare presti soccorso a dei clandestini naufraghi.

In Italia nessuno è mai stato condannato per aver favorito l’immigrazione clandestina dopo aver aiutato dei naufraghi.

Ritengo pertanto che, secondo le norme internazionali e del codice della navigazione, un comandante che presta soccorso non rischia una sanzione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma anzi, secondo le norme sopra descritte, in caso di inerzia nei casi di soccorso obbligatorio rischierebbe una sanzione di omissione di soccorso.

Unico accorgimento: il comandante dovrà contemperare l’obbligo di salvataggio con l’obbligo di messa in sicurezza dello yacht del quale è responsabile in base al contratto di arruolamento. Il soccorso è infatti obbligatorio, quando risulti possibile senza grave rischio per l’unità soccorritrice.